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CLASSIC LIST

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16/Lug/2021

L’allenamento della forza e della resistenza in età giovanile è un argomento di interesse per molti ricercatori, medici, professionisti e allenatori. Quando iniziare, quanto è abbastanza o troppo, e cosa prescrivere è costantemente discusso e messo sotto esame. Tuttavia, al momento, prove scientifiche supportano l’idea che esistono grandi vantaggi derivanti dalla partecipazione a programmi di allenamento della forza giovanile, appositamente progettati e che siano supervisionati e gestiti da professionisti qualificati. Inoltre, i benefici dell’allenamento della forza a partire da età più giovani possono alla fine avere implicazioni a lungo termine per lo stile di vita sano di una persona e le capacità nelle future partecipazioni sportive.

Recenti ricerche hanno indicato che l’allenamento della forza può suscitare significativi miglioramenti delle prestazioni in termini di forza muscolare, resistenza muscolare, produzione di energia, velocità di cambiamento di direzione e agilità, equilibrio e stabilità, coordinazione e velocità di movimento negli atleti giovani. Ha anche effetti positivi sulla salute (ad esempio riduzione del rischio di malattie cardiovascolari), oltre a migliorare il benessere psicologico, oltre a contribuire a ridurre sia la gravità che l’incidenza delle lesioni.

 

L’allenamento della forza è ora riconosciuto come sicuro ed efficace sia per i bambini sia per gli adolescenti, quando adeguatamente progettati e supervisionati da professionisti qualificati e coerenti con i bisogni, gli obiettivi e le abilità di ciascun individuo.

Ci sono molti benefici per la salute associati all’attività fisica regolare nei bambini e negli adolescenti. Recenti scoperte indicano che l’allenamento della forza può offrire vantaggi esclusivi per bambini e adolescenti se adeguatamente prescritti e supervisionati, come influenzare positivamente diversi indici misurabili di salute e fitness. Ad esempio:

  • Composizione corporea
  • Profilo di rischio cardiovascolare
  • Ridurre il grasso corporeo
  • Facilitare il controllo del peso
  • Migliora la sensibilità all’insulina
  • Rafforza l’osso
  • Migliorare il benessere psicosociale

Un programma di allenamento della forza sembra essere particolarmente utile per i giovani sedentari che spesso non vogliono e non sono in grado di eseguire periodi prolungati di attività aerobica, come bambini e adolescenti in sovrappeso o obesi. La partecipazione a un programma di allenamento formale che include l’allenamento della forza può fornire un’opportunità per migliorare la propria forza muscolare, migliorare la coordinazione motoria e acquisire confidenza nelle proprie capacità percepite di essere fisicamente attivi.

Nonostante le preoccupazioni precedenti sviluppate da prove non comprovate negli anni ’70 e ’80, l’allenamento della forza sembra essere una strategia efficace per aumentare la salute delle ossa durante gli anni di crescita. Oltre a ottimizzare la salute dello scheletro durante l’infanzia, ciò è importante anche per ridurre la probabilità di fratture più avanti nella vita. È stato dimostrato che la partecipazione al regolare allenamento della forza migliora sia la densità minerale ossea

Esistono prove che indicano che i precursori delle malattie cardiovascolari hanno origine nell’infanzia e nell’adolescenza.

Sebbene non sia previsto un requisito minimo di età per partecipare a un programma di allenamento della forza dei giovani, tutti i partecipanti dovrebbero avere anche la competenza comportamentale fondamentale:

  • Accettare e seguire le istruzioni
  • Comprendere le considerazioni sulla sicurezza di base
  • Possedere livelli competenti di equilibrio e controllo posturale

Pertanto, l’allenamento della forza giovanile potrebbe iniziare con bambini di 5-6 anni, purché presentino queste caratteristiche fondamentali.

Allenamento della Forza in Età Giovanile

Allenamento della Forza in Età Giovanile – 2° PARTE

 

 


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25/Mar/2021

La spalla è l’articolazione più complessa, più sofisticata e con maggiori possibilità di movimento di tutto l’organismo, è formata da tre ossa:

– l’omero,

– la scapola,

– la clavicola.

A queste si aggiungono un sistema di tendini, muscoli, nervi e vasi sanguigni.

I primi permettono i movimenti, mentre i vasi sanguigni sono indispensabili al nutrimento dei tessuti che compongono la spalla.

La parte superiore della spalla è delimitata dall’articolazione tra la scapola e la clavicola, che all’estremità opposta si articola con lo sterno. La scapola, invece, si articola anche con l’omero, che inserisce la sua testa sferica all’interno della cavità gleinoidea, una rientranza sulla superficie della scapola. I cosiddetti tubercoli dell’omero permettono invece ai muscoli della cuffia dei rotatori di attaccarsi saldamente all’articolazione della spalla.

La stabilità della spalla è possibile grazie ai quattro legamenti associati alle ossa della spalla, e che connettono l’omero alla cavità glenoidea. Questi legamenti sono i legamenti gleno-omerali (superiore, medio e inferiore). La spalla riesce a sopportare forti carichi grazie al legamento coraco-acromiale, che collega la scapola alla clavicola, e ai legamenti coraco-clavicolari (trapezoide e conoide), che uniscono la clavicola alla scapola.

A che cosa serve la spalla?

La spalla permette di muovere e posizionare braccia e mani come desiderato, e di collegarli al tronco. Scorrendo lungo la parte posteriore del torace la scapola consente i movimenti ad ampio raggio che possono essere compiuti con il braccio. Ciò ha luogo grazie all’articolazione tra scapola e omero, e all’articolazione scapolo-toracica, cioè quella tra la scapola e le costole, localizzata nella parte posteriore del torace.

I principali movimenti del braccio consentiti dalla spalla sono:

– la flessione,

– l’estensione,

– l’abduzione (cioè l’elevazione laterale),

– la rotazione esterna,

– la rotazione interna,

– la rotazione anteroposteriore.

Dolore alla spalla: quali possono essere le forme più comuni?

La tendinite calcifica di spalla, molto frequente nelle donne sopra i 50 anni, oppure una tendinite, l’artrosi, la capsulite adesiva, la frozen shoulder, o spalla congelata.

Il dolore può essere causato da un evento traumatico ben definito oppure da microtraumatismi ripetuti che superano la capacità di resistenza dei tessuti.

Oppure il dolore alla spalla può essere sintomo dell’evoluzione di patologie infiammatorie e/o degenerative che possono coinvolgere i tendini della spalla (lesione della cuffia dei rotatori) oppure il tessuto osteo-cartilagineo (processo dell’artrosi).

I tre sottogruppi della spalla dolorosa si riferiscono pertanto ai danni di tre tipi di tessuto differenti:

  • ai legamenti articolari della spalla;
  • ai tendini della spalla (cuffia dei rotatori);
  • alla struttura osteo-cartilaginea.

In sintesi la spalla è l’articolazione più mobile del corpo umano, ma presenta molti punti di fragilità.

Questa sua fragilità può essere compensata da un buon stile di vita, utilizzando l’attività fisica per migliorare la postura, mantenere tonici i muscoli ed elastici i tessuti.

Anche una buona alimentazione che eviti gli eccessi e le cosiddette patologie dismetaboliche da squilibrio nutrizionale, aiuta a rimanere sani ed efficienti.

Quando la spalla si ammala è necessaria un’accurata diagnosi supportata dalle moderne metodiche radiologiche per comprenderne meglio i danni.

La spalla si presta molto bene alle terapie conservative, cioè al trattamento del dolore e soprattutto alla fisioterapia.

L’approccio chirurgico resta fondamentale per pochi casi ben selezionati, dopo aver discusso con il medico i benefici del trattamento e le aspettative del paziente.

Staff Centro Equilibrium 2.0

 

 

 

 


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15/Mar/2021

Il legamento crociato anteriore (LCA) è uno dei 4 legamenti più importanti del ginocchio. Viene definito tale perché si incrocia, insieme al legamento crociato posteriore, al centro dell’articolazione. La sua funzione è quella di stabilizzare il ginocchio impedendo lo spostamento anteriore della tibia rispetto al femore.

Esso può essere sottoposto a forti sollecitazioni meccaniche soprattutto durante l’attività sportiva e può andare incontro a rottura. La frequenza di lesione del LCA è stimata tra 0,006 e 10 per ogni 1000 ore di gioco.

Quali sono i meccanismi di lesione del LCA?

Innanzitutto dobbiamo dividere a tipologia di lesione da CONTATTO o SENZA CONTATTO

-gli infortuni da contatto si verificano tramite un’azione durante il normale corso di una partita e comporta un contatto fisico tra due o più giocatori.

-le lesioni senza contatto possono verificarsi dopo la caduta da un salto, per iperestensione, per una flessione forzata del ginocchio e per svolte improvvise, questi sono i meccanismi di lesione che si sviluppano più frequentemente.

 

Tendenzialmente gli aumenti di varismo o valgismo in combinazione con la flessione ed estensione risultano essere determinanti per la rottura del LCA.

Come diagnosticare la rottura del legamento crociato anteriori?

Dal punto di vista strumentale il gold standard per la diagnosi di rottura del LCA è LA RISONANZA MAGNETICA

Dal punto di vista clinico

-Test di Lachman

-Jerk test

-Test del cassetto anteriore

Sono i test utilizzati dall’ortopedico per evidenziare una rottura e un’instabilità articolare.

Cosa fare se il legamento risulta essere rotto?

La ricerca evidenzia come un periodo di 6/8 settimane di pre-operatorio seguito da personale specializzato incentrato sull’incremento della forza e della mobilità articolare porterà benefici nel post-intervento.

L’intervento di ricostruzione del legamento crociato anteriore viene eseguito in artroscopia utilizzando nella gran maggioranza:

-gracile e semitendinoso

-tendine rotuleo

-donatore da cadavere

Dopo l’operazione la ricerca sottolinea come un inizio tempestivo della riabilitazione intorno alla 1 settimana post intervento è consigliato per un tempestivo recupero.

Le fasi della riabilitazione seguiranno precisi parametri con l’obiettivo di diminuire il gonfiore e il dolore e successivamente aumentare e incrementare i parametri di equilibrio mobilità e forza fino al recupero dei movimenti di base e quelli del gesto sportivo.

All’interno del centro Equilibrium ogni passo dal pre-operatorio alla riabilitazione viene impostato dopo una visita Fisiatrica .

In ogni fase medico e fisioterapista lavorano in sinergia per aggiornare e personalizzare il percorso riabilitativo seguendo le più recenti ricerche scientifiche garantendo così una riabilitazione all’avanguardia e “cucita” su misura sul paziente.

Dott. Vittorio Gennaro

 


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08/Mar/2021

Cos’è la ginnastica ipopressiva?

Un metodo di riprogrammazione posturale globale che aiuta nelle problematiche uroginecologiche.

Come si attua?

Attraverso una serie di posture con l’associazione di una tecnica respiratoria precisa.

A cosa serve?

  • Tonifica in forma riflessa i muscoli del pavimento pelvico;
  • Riarmonizza le catene muscolari che partecipano al mantenimento della postura;
  • Decomprime i gangli linfatici della pelvi migliorando la circolazione a livello della pelvi stessa e delle gambe;
  • Tonifica gli sfinteri uretrali e anali, quindi previene l’incontinenza;
  • Previene la discesa degli organi pelvici ed evita che ciò continui.

Per chi è indicata?

  • Per problemi di incontinenza urinaria o fuoriuscite di gas.
  • Per chi ha un prolasso dell’utero, della vescica o del retto.
  • Per chi ha dolori addominali, un transito intestinale lento o stitichezza.
  • Per le donne in epoca di pre-menopausa e menopausa.
  • Per chi ha partorito o vuol restare incinta ma non si è ripresa del tutto dal parto precedente.
  • Per chi ha addominali deboli o pancia gonfia.
  • Per chi ha la diastasi dei retti dell’addome.
  • Per chi pratica sport ad alto impatto o per chi è professionista sportivo.
  • Per chi è stato sottoposto a chirurgia addominale o ginecologica.

Dott.ssa Alessia Battaglia


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02/Mar/2021

 

Con il termine fascite plantare si intende un insieme di sintomi a prevalenza dolorosa che coinvolge la fascia plantare. Tra le cause non traumatiche che comportano dolore al piede è la più diffusa. Più di un terzo dei pazienti con fascite plantare presenta gli stessi sintomi in entrambi i piedi.

Negli Stati Uniti colpisce il 10% delle persone almeno una volta nell’arco della vita, l’83% di questi pazienti sono soggetti attivi ed hanno un’età compresa tra i 25 e i 65 anni.

L’eziologia non è chiara ma sicuramente multifattoriale.

Fattori di rischio intrinseci includono:

– un indice di massa elevato, presente in più del 70% dei pazienti con fascite plantare

– la presenza di una spina calcaneare, presente in circa il 50% dei pazienti

– l’eccessiva pronazione del piede, presente tra l’81% e l’86% dei pazienti

– l’età che contribuisce ad assottigliare il tessuto adiposo sub-calcaneare ed aumenta la possibilità di formazione di spine calcaneari

-il piede piatto o troppo arcuato

 

Fattori estrinseci includono:

– l’uso di calzature inadeguate che non offrono un corretto sostegno all’arco plantare

– occupazioni che necessitano di molte ore in piedi (operai, magazzinieri)

– un rapido aumento dell’attività fisica

La più alta distribuzione della patologia è stata registrata negli atleti, dove è stata riscontrata nel 10% dei corridori. Nella corsa, infatti, durante la fase di appoggio del tallone al suolo, viene a determinarsi una compressione del cuscinetto calcaneare con una forza pari circa al 200% del peso corporeo. Pertanto in sportivi che non hanno un’adeguata resistenza o flessibilità muscolare, che quindi hanno una ridotta capacità di assorbimento degli urti, l’avvio di un nuovo programma di allenamento potrebbe portare a un sovraccarico della fascia plantare.

Nonostante la fascite plantare sia più frequente negli sport che richiedono la corsa e il cammino per lunghe distanze, essa è stata associata anche ad individui giovani che praticano attività sportive

inclusive del salto. Infatti la patologia è frequente anche tra i ballerini, i tennisti e i giocatori di pallacanestro.

Il dolore solitamente è avvertito alla base del calcagno, dove la fascia plantare s’inserisce sul tubercolo mediale del calcagno. Talvolta viene avvertito a livello del mesopiede o sotto le teste metatarsali. Altri sintomi, più rari, includono parestesia, formicolii o sudorazione eccessiva alla base del calcagno.

Comunemente il dolore è più acuto la mattina al risveglio, e si accentua con il carico.

Di notte i piedi assumono una posizione rilassata (con le punte verso il basso), in questo modo il tendine d’Achille si “accorcia” e con questo anche la fascia plantare. Se è in atto un’infiammazione delle fibre, esse alla ripresa della posizione a 90° del piede, non riescono a stendersi e ne deriva un dolore molto forte. Il dolore raggiunge poi la sua massima intensità alla sera, dopo lunga stazione eretta, si può aggravare nel salire le scale o alzandosi sulla punta dei piedi.

All’ispezione, il piede è ricoperto da cute integra; nei casi particolarmente acuti si può rilevare un arrossamento ed un gonfiore sulla pianta del tallone.

Per quanto riguarda la diagnosi, essa può essere fatta con ragionevole certezza basandosi sull’anamnesi, sulla storia del dolore e sull’esame obiettivo.

La diagnostica per immagini, invece, svolge un ruolo limitato nella pratica clinica, anche se può essere utile in casi specifici per escludere altre cause di dolore al tallone, per effettuare, quindi, una diagnosi differenziale, o confermare la diagnosi di fascite plantare quando è in dubbio.

Nel trattamento sono utilizzate varie terapie; inizialmente lo scopo principale è alleviare il dolore, a ciò segue una ripresa graduale dell’attività sportiva, programmando adeguatamente l’aumento dei carichi di lavoro, ritardando nel tempo l’attività di salti, evitando inizialmente la corsa su superfici dure.

Il centro Equilibrium 2.0 propone un’attenta valutazione medica specialistica fisiatrica che delinea, insieme alla figura del fisioterapista, il percorso riabilitativo più adatto al paziente che soffre di questa patologia.

Dott.ssa Caldarelli Erika


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22/Feb/2021

La tendinopatia achillea è una lesione dolorosa da “overuse” molto comune negli atleti, in particolare quelli che praticano sport di corsa e salto. Nonostante sia molto comune, il suo trattamento può presentare molte difficoltà legate soprattutto al difficile inquadramento del processo biologico collegato alla patologia del tessuto, in relazione al dolore.

Il disturbo principale è caratterizzato da un dolore a livello del tendine, che può essere localizzato più sulla porzione centrale del tendine, oppure nella sede di inserzione del tendine stesso sul calcagno (tendinopatia inserzionale).

In alcuni casi, la comparsa del dolore è accompagnata dal rigonfiamento del tendine stesso.

L’intensità del dolore al tendine può essere leggera, quando il dolore compare solo sotto sforzo e scompare immediatamente dopo la sua cessazione, moderata quando il dolore persiste per lungo tempo dopo la cessazione dell’attività intensa e infine severo quando il dolore è presente, con zoppia, anche in attività leggere come il cammino.

Oltre al dolore, la tendinopatia achillea è accompagnata da alterazioni della struttura e delle proprietà meccaniche del tendine.

Secondo una recente teoria espletata da una delle massime studiose in ambito tendineo (J. CooK), la tendinopatia prevede tre fasi di sofferenza tendinea:

  • FASE REATTIVA: Una risposta adattativa, non infiammatoria e a breve termine della cellula (attivazione e proliferazione). Questo processo si verifica in risposta a sovraccarico acuto, ritorno al carico dopo un periodo di riposo, oppure in seguito a un trauma diretto al tendine. E’ reversibile se gestito in modo appropriato.
  • FASE DI “DIS-RIPARAZIONE”: il tendine prolifera in modo disorganizzato a causa del sovraccarico cronico che non permette un corretto ricambio cellulare. E’ reversibile se gestito in modo appropriato.
  • FASE DI DEGENARAZIONE: si osserva una significativa disorganizzazione fibrillare. Iniziano a comparire aree senza cellule, con generazione di vasi e matrice extracellulare, senza collagene, dunque senza capacità tensile. È parzialmente reversibile se gestito in modo appropriato.

CAUSE:

La tendinopatia achillea può insorgere nel punto di inserzione del tendine sul calcagno (tendinopatia achillea inserzionale) o nella porzione intermedia, da 3 a 6 cm più in alto rispetto al tallone. Questa porzione di tendine ha una vascolarizzazione ridotta, pertanto è più soggetta ad un processo di degenerazione.
fattori predisponenti della tendinopatia Achillea sono:

  • sovraccarico funzionale
  • terreni d’allenamento troppo duri
  • calzature non idonee
  • disturbi posturali

 

INQUADRAMENTO E TRATTAMENTO:

 

Da questa breve analisi della patologia, è facilmente comprensibile come la difficoltà e spesso l’insuccesso nel suo trattamento risieda nel non sempre corretto inquadramento della fase del disturbo. Da un punto di vista riabilitativo è possibile dividere le tendinopatie in due fasi;

una fase reattiva/rimodellamento iniziale e una fase rimodellamento tardivo/degenerazione.

Il trattamento prevede approcci variabili, a seconda della fase, che vanno dall’utilizzo di terapia fisica strumentale all’esercizio terapeutico progressivo basato sulla modulazione del carico;

è universalmente riconosciuto nella comunità scientifica come quest’ultimo, insieme al cambiamento di alcune attività, presenta un outcame migliore nella gestione di tale patologia.

È ovviamente fondamentale rispettare il “carico di lavoro-tempo di recupero-volume di lavoro” per ottenere uno stimolo adeguato a generare una riparazione tissutale. Un punto fondamentale per quest’approccio risiede nella personalizzazione del trattamento (un atleta di alto livello non dovrebbe essere gestito come una persona anziana).

In quest’ottica, è premura del CENTRO EQUILIBRIUM 2.0, dopo un’accurata diagnosi ed un corretto inquadramento della patologia, proporre al paziente un piano riabilitativo personalizzato e adeguato alle proprie esigenze.

Cook JL, Purdam CR.

Is tendon pathology a continuum? A pathology model to explain the clinical presentation of loadinduced tendinopathy. Br J Sports Med, 2009;43(6): 409–16.

Postgrad Med J. 2020 Feb;96(1132):94-101. doi: 10.1136/postgradmedj-2019-136786. Epub 2019 Nov 22.

Revolving doors of tendinopathy: definition, pathogenesis and treatment.

Ahmad Z1, Parkar A2, Shepherd J3, Rushton N4.

 

Dott. Calabrese Lorenzo, Fisioterapista


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16/Feb/2021

Per chi si dedica con impegno e dedizione alla passione per il Padel, è importante svolgere un lavoro a medio-lungo termine per rinforzare tutte quelle articolazioni maggiormente sollecitate e quindi più soggette al rischio infortuni.

Tra tutte, le articolazioni della caviglia e del ginocchio sono fortemente sollecitate dalle frenate post scatto in avanti/dietro e dai numerosi cambi di direzione.

Ma anche le articolazioni di spalla, per i numerosi sforzi compiuti durante il match, e di gomito, per le eccessive sollecitazioni determinate dalle vibrazioni della racchetta.

Noi del Centro Equilibrium 2.0 abbiamo stilato una periodizzazione della preparazione fisica a questo magnifico sport, al fine di poter ridurre quanto più possibile il rischio infortuni a livello delle regioni degli arti inferiori e superiori, altresì per l’incremento della performance.

Il tutto ha inizio con la somministrazione di test FMS per la valutazione di mobilità, stabilità, controllo motorio e forza del cliente/atleta.

Ma anche con l’ausilio della tecnologia di Tecnobody con test propriocettivi su Prokin252, e test di performance su D-Wall.

È importante, successivamente ai risultati dei test, eseguire workout di mobilità/stabilità e controllo motorio lì dove si evidenziano le maggiori carenze, sia riguardanti l’arto inferiore che il superiore.

Per ciò che concerne l’arto inferiore, vengono proposti esercizi propriocettivi in appoggio bi/monopodalico con l’ausilio di tavolette, skimmy o bozu ed esercizi di mobilità mediante l’ausilio di elastici.

Per poi passare ad esercizi di forza sia catena cinetica aperta che chiusa.

Per quanto concerne le articolazioni di spalla e gomito sono importanti esercizi di intra ed extra-rotazione con bande elastiche per il rinforzo dei muscoli della cuffia dei rotatori e uno sguardo importante al muscolo sovraspinoso spesso soggetto ad infortunio.

 

Detto ciò basta davvero poco per prevenire e divertirsi tanto con questo meraviglioso sport.

Cozzi Giuseppe, Personal Trainer


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12/Feb/2021

Fra tutti gli sport di tendenza che sono denominati “overhead”, ovvero che comportano movimenti ripetuti dell’arto superiore, il padel senza dubbio è quello che più degli altri va sovraccaricare le articolazioni di spalla e di ginocchio.

Il gesto (overhead) viene ripetuto continuamente e si esegue principalmente per gli smash o per le volè ma anche nei semplici dritti e rovesci. Esso mette sotto carico tendini della cuffia dei rotatori della spalla ed i legamenti annessi.

Sono molto frequenti di fatto, delle lesioni parziali dei tendini che non coinvolgono tutto lo spessore del tendine stesso, ma la superficie interna della spalla a contatto con le superfici articolari che scivolano e ruotano rapidamente una sull’altra ad altissime velocità.

Il ginocchio altresì è messo a dura prova da rapidi cambi di direzione, salti ed atterraggi ed i carichi sui menischi si fanno sentire perché possono subire delle piccole e fastidiosissime fissurazioni.

Queste problematiche capitano soprattutto nei soggetti che dopo un periodo di sedentarietà vengono a contatto con questo sport in assenza di preparazione fisica adeguata, passando direttamente dalla scrivania ai campi di Padel.

È necessaria quindi sempre un’adeguata preparazione fisica sia di rinforzo, di stabilità e mobilità a livello articolare nonché muscolare.

Molto spesso tali problematiche insorgono proprio per “un alterato gesto tecnico” cioè mancato coordinamento cinetico fra le varie catene muscolari ed articolari.

Per eseguire infatti una battuta corretta od uno smash o una volè non c’è bisogno solo del sostegno della spalla ma anche di una buona core stability, funzionalità della regione glutea e dei muscoli che abbracciano sia la catena anteriore che posteriore dell’arto inferiore.

Altre volte il gesto ripetitivo eseguito senza un’adeguata preparazione può portare ad un’infiammazione della capsula articolare, la famosa capsulite che consiste in dolore in alcuni movimenti nello spazio e riduzione dello stesso movimento.

Gli strappi o stiramenti muscolari a causa della scarsa preparazione all’attività sportiva scelta sono silenti ma sempre in agguato.

Pertanto la terapia conservativa è estremamente importante ed il lavoro integrato tra fisioterapia e chinesiologia può essere un buon connubio per preparare al meglio il soggetto alla pratica del Padel.

Cozzi Giuseppe, Personal Trainer


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08/Feb/2021

Perché è importante parlare di rieducazione del pavimento pelvico in gravidanza?

E soprattutto quando è più opportuna utilizzarla, nel pre o nel post parto?

In realtà bisognerebbe utilizzare questo importante strumento sia come prevenzione, quindi durante la gravidanza per prevenire problematiche o contenere disfunzioni già presenti, per preparare al meglio al parto, sia esso naturale che cesareo, che nel post partum per ristabilire un corretto equilibrio a livello muscolare e posturale o per lavorare su eventuali problemi lasciati dall’evento stesso ( esempio i danni da episiotomia o lacerazioni, le emorroidi, la stipsi, l incontinenza e i danni da cesareo a livello tissutale).

La domanda ricorrente dopo che si è presa la decisione di fare qualcosa è: “A chi mi rivolgo? Qual è la figura indicata, il professionista che potrebbe aiutarmi in una situazione così delicata e personale?”

Sicuramente il fisioterapista specializzato può delineare e inquadrare bene la situazione, previa valutazione, in modo da inserire il paziente in un protocollo ad hoc, suggerendo anche strategie da attuare a casa in autonomia e eventuali visite specialistiche (aiuto dell’ostetrica di competenza e del ginecologo).

Si può fare educazione del pavimento pelvico con l’obiettivo di programmare una gravidanza o anche tanti anni dopo aver partorito?

Assolutamente sì.

Nel primo caso si può proprio lavorare per dare tono ed elasticità al proprio pavimento pelvico che deve sostenere pesi importanti in gravidanza (parliamo sempre di assenza di disfunzioni).

Nel secondo si può lavorare sulle disfunzioni secondarie al parto stesso e riequilibrare l’intero sistema.

Lavorare sul pavimento pelvico e quindi fondamentale in casi patologici e non.

Dott.ssa Alessia Battaglia


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28/Gen/2021

Il pavimento pelvico, così definito perché rappresenta un vero e proprio pavimento per gli organi della pelvi, è costituito da una componente muscolare, suddivisa su tre strati: profonda, intermedia e superficiale, e da una componente connettivale e ligamentosa.

Svolge, di conseguenza, diverse funzioni:

  • funzione di continenza urinaria e fecale,
  • funzione sessuale e riproduttiva (nella donna),
  • funzione di statica pelvica (contenzione degli organi pelvici),
  • funzione biomeccanica (inter relazionandosi con altre strutture muscolari del corpo, quali addominali, muscolatura profonda della colonna, adduttori, diaframma).

Questo può farci capire quanto complessa sia questa struttura e quanto sia strettamente connessa ad altre funzioni del corpo umano (respirazione, assetto posturale globale).

Con questa premessa è facile intuire che parlare di disfunzione del pavimento pelvico vuol dire parlare di disfunzioni riguardanti le sue aree di competenza.

Ma anche di quelle disfunzioni che possono risultare consequenziali a problematiche delle aeree ad esso strettamente connesse (ad esempio un “mal di schiena” può causare o essere causato da problemi al pavimento pelvico). Importantissima risulta quindi una precisa diagnosi differenziale grazie al proprio ginecologo/urologo e fisioterapista specializzato, per poter agire con precisione e programmare un buon piano terapeutico.

Se in precedenza l’argomento risultava piuttosto un tabù, pian piano, la riabilitazione del pavimento pelvico sta diventando sempre più diffusa sia per le donne che per gli uomini (ad esempio post prostatectomia), proprio perché si è vista e verificata a livello scientifico la sua efficacia per la risoluzione di problemi (es l’incontinenza urinaria) cui prima ci si rassegnava.

Il percorso riabilitativo consta ovviamente di una diagnosi differenziale, in collaborazione con lo specialista, e di un protocollo riabilitativo cucito ad hoc sul paziente con i relativi obiettivi a breve e lungo termine.

Parlare di riabilitazione del pavimento pelvico significa parlare di un percorso riabilitativo lungo e complesso che coinvolge più figure: oltre all’intervento del medico specialista coinvolge il fisioterapista specializzato.

Cosa fa il fisioterapista?

Sicuramente in prima seduta raccoglie tutti i dati utili per stilare il piano riabilitativo ad hoc per il paziente, la cosiddetta anamnesi. Per raccogliere i dati necessari può avvalersi di scale valutative o diari; successivamente valuterà da vicino le zone interessate sia visivamente che manualmente. Laddove sia necessario, effettuerà una valutazione posturale globale; perché, come abbiamo già detto, disfunzioni del pavimento pelvico sono strettamente connesse a problematiche posturali e respiratorie, visto il legame profondo con diaframma, fascia addominale e paravertebrale profonda.

Una volta conclusa la valutazione il terapista sceglierà il piano riabilitativo più idoneo, avvalendosi sia di terapie fisiche e manuali ma, soprattutto, di esercizio terapeutico, fondamentale per il paziente, per prendere consapevolezza del proprio pavimento pelvico e riportarlo ad un corretto funzionamento.

 

Dott.ssa Alessia Battaglia

 

 


EQUILIBRIUM

Il Centro Fisioterapico Equilibrium 2.0 nasce a Pescara con l’ idea di abbinare la terapia manuale al movimento poichè esso è parte fondamentale di qualsiasi processo di guarigione e di mantenimento dello stato di salute.

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